Il Colonialismo Energetico .. For Dummies

Chiunque creda nella necessità di una transizione ecologica ed energetica in particolare, non può evitare di capire fino in fondo, quanto il Colonialismo Energetico, sia la caratteristica chiave, del nostro Sistema Energetico e Produttivo, che rende ogni tentativo di “aggiornarlo” tecnologicamente, in senso ambientalista, un esercizio utile solo a sviluppare nuovi business.

In questa breve sintesi c’è gran parte dei temi su cui bisogna confrontarsi, prima di lanciarsi a spada tratta, in nome dell’ ambiente, a proporre fonti energetiche miracolose, come solare e eolico o per contrapposizione, la fonte definitiva nucleare.

Queste poche righe che seguono, ci dicono chiaramente, che già scegliere il luogo in cui realizzare un impianto di fonti rinnovabili, cambia completamente il possibile risultato.

Tra li effetti collaterali, del Colonialismo Energetico, vi è anche la distorsione tecnica e normativa del nostro Sistema Elettrico, postEnel(Ente Nazionale per l’Energia Elettrica). Oltre a mantenere “efficiente” , una distribuzione anomala dei consumi, che qualunque tecnico sa essere nemica dell’efficienza energetica, il nostro Sistema Elettrico è stato dotato di norme, tecniche e commerciali, ha garanzia della redditività, delle Società “private”, che hanno ereditato impianti e funzioni, dell’ente pubblico. Impianti che vale la pena ricordare, realizzati con il 20% del nostro debito pubblico e successivamente con una quota di denaro delle bollette .

Non avendo definito, nonostante gli altisonanti proclami dei “Professionisti dell’ Ambientalismo”, un diverso modello di Sistema Energetico e Produttivo, in cui inserire le rinnovabili, ne tanto meno il PNIEC ha tenuto conto , dell’impatto della collocazione geografica, sugli aspetti tecnici, con i conseguenti “costi nascosti”, su cuiTerna SpAha sviluppato il suo Piano Industriale da oltre 20 miliardi, oggi chi si oppone, non alla tecnologia, ma alla specifica realizzazione degli impianti “sponsorizzati”, dai mutamenti climatici e altri fenomeni ambientali, viene tacciato di essere un “nemico” del futuro.

Fare chiarezza su cosa si sta realmente facendo, è un dovere verso  le “vittime”. Non sono solo  le Regioni del Sud, a fare le spese  di questa  strategia , perché anche il  Nord,  paga  per l’alta concentrazione  di attività produttive , che   alimenta flussi migratori , interni ed esterni,  così come l’imprenditoria sana del paese, paga in bolletta  gli oneri  per l’inefficienza  del sistema elettrico. Sollevare  la cortina fumogena “ambientalista”  per riprendere  il controllo di un processo, di ristrutturazione  favorevole al Sistema Paese.


Ilcolonialismo energetico tra le regioni italianesi riferisce a una dinamica iniqua in cui alcune regioni, tipicamente quelle del Sud Italia e le isole (come la Sardegna e la Sicilia), sono utilizzate come “zone di sacrificio” per la produzione di energia (spesso da fonti rinnovabili come eolico e fotovoltaico), mentre i benefici economici e l’energia prodotta vengono prevalentemente destinati ad altre regioni o a grandi centri di consumo, lasciando alle comunità locali solo gli impatti ambientali e sociali negativi.

Questo fenomeno riprende in chiave moderna logiche già note del colonialismo, dove le risorse di un territorio vengono sfruttate a beneficio di un altro, a discapito delle popolazioni e dell’ambiente locale.

Ecco alcuni aspetti chiave del colonialismo energetico in Italia:

·Sfruttamento delle risorse e Land Grabbing:Vaste aree di territorio, spesso agricole o di pregio paesaggistico, vengono destinate all’installazione di impianti eolici e fotovoltaici di grandi dimensioni. Questo accaparramento di terre (land grabbing) può limitare l’uso del suolo per altre attività (agricoltura, allevamento, turismo) e alterare l’ecosistema locale.

·Impatto ambientale e paesaggistico:L’installazione di mega-impianti può avere un impatto significativo sul paesaggio, sulla biodiversità e sull’ambiente locale, con ripercussioni sulla qualità della vita delle comunità.

·Mancanza di benefici per le comunità locali:Spesso, le popolazioni residenti nelle aree dove si produce energia non ne beneficiano in modo significativo, né in termini di riduzione dei costi energetici né in termini di sviluppo economico locale. I profitti generati vengono veicolati altrove, verso le aziende e i consumatori delle regioni più ricche.

·Disparità nella distribuzione degli oneri:Le regioni del Sud e le isole, pur avendo un potenziale elevato per le energie rinnovabili, si trovano a dover sopportare la quasi totalità degli impianti, mentre le regioni del Nord, che hanno un maggiore fabbisogno energetico, contribuiscono in misura minore alla produzione diretta sul loro territorio.

·Scarsa partecipazione e democrazia energetica:Le decisioni relative all’ubicazione e alla tipologia degli impianti vengono spesso prese a livello centrale o da grandi player energetici, senza un’adeguata consultazione e coinvolgimento delle comunità locali, che si trovano di fronte a progetti “calati dall’alto”.

Esempi emblematici:

LaSardegnaè spesso citata come caso paradigmatico di colonialismo energetico. L’isola, con il suo elevato potenziale eolico e solare, è oggetto di un’enorme quantità di proposte per la costruzione di nuovi impianti, spesso con potenze di gran lunga superiori al fabbisogno energetico regionale. Molti di questi progetti sono finalizzati all’esportazione dell’energia prodotta verso la penisola, lasciando alla Sardegna il peso ambientale e paesaggistico. Analoghe dinamiche si riscontrano in altre regioni del Sud come laPuglia, la Calabria e la Sicilia.

Come contrastare il colonialismo energetico:

Per contrastare questo fenomeno, è necessario promuovere un modello digiustizia energeticaedemocrazia energetica, che preveda:

·Pianificazione partecipata:Coinvolgimento delle comunità locali nella definizione delle politiche energetiche e nella scelta dei luoghi per gli impianti.

·Benefici per il territorio:Meccanismi che assicurino che le comunità che ospitano gli impianti traggano effettivi benefici economici e sociali, ad esempio attraverso tariffe agevolate o investimenti diretti sul territorio.

·Comunità energetiche rinnovabili (CER):Favorire lo sviluppo di piccole e medie comunità energetiche, in cui la produzione, il consumo e la gestione dell’energia siano nelle mani dei cittadini e delle imprese locali, promuovendo l’autoconsumo e la condivisione dell’energia. (ndr. Cosa ostacolata dalla normativa vigente)

·Distribuire gli oneri:Una più equa distribuzione degli oneri di produzione energetica tra tutte le regioni, basata sul reale fabbisogno e sulle capacità di assorbimento del territorio, evitando la concentrazione in poche aree.

·Sviluppo sostenibile e compatibile:Privilegiare progetti che abbiano un impatto ambientale e paesaggistico minimo e che siano integrati con le vocazioni economiche e culturali del territorio.

·Legislazione adeguata:Normative che tengano conto della giustizia sociale e ambientale, con un focus sulla tutela del territorio e dei diritti delle comunità.

In sintesi, il colonialismo energetico tra le regioni italiane è una sfida complessa che richiede un cambio di paradigma verso una transizione energetica più giusta, equa e partecipata.

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